Divagazioni e riflessioni sull’orto con i bambini

I ritmi serrati della vita moderna molto spesso ci tolgono il tempo per stare con i nostri figli e, quando ce lo offrono, diventa qualcosa di prezioso che noi, non più avvezzi al poco e alla lentezza, finiamo per riempire di attività frenetiche. In fondo, in un mondo che dà valore alla quantità più che alla qualità, fare tante cose finisce per essere più importante della natura stessa delle cose e della qualità della relazione tra persone. Diciamola tutta: agire in questo modo spesso è anche comodo perché non ci chiede di cambiare passo, di mutare la velocità, e non ci dà troppo tempo per pensare.
Da qualche anno a questa parte ho imparato che esiste un’attività che sa mettere insieme le cose, il fare e la qualità della relazione. Si tratta del fare l’orto con i propri figli.
No, non pensate ad un grande orto con lunghe file di ortaggi disposti con meticolosa regolarità secondo uno schema geometrico definito e intoccabile. Quello di cui parlo può essere un insieme di vasi e fioriere sul balcone, un piccolo rettangolo di terra nel giardino o un lembo di coltivato insieme ad altre persone in uno spazio cittadino. Ciò che conta è che si tratti di un luogo in cui il tempo torna ad essere quello dettato dai cicli biologici delle piante, quindi necessariamente lento. Un luogo in cui il risultato delle nostre azioni non è certo e nel quale non viviamo ad episodi, come ci suggerisce la TV, o a livelli, come molti videogiochi insegnano ai nostri figli. Insieme ai nostri figli potremo imparare a manipolare i semi, a porli sotto un piccolo strato di terra per poi attenderne i risultati, a tenere in mano gracili piantine destinate a fornirci del cibo tra qualche mese, a condividere gesti inusuali nella vita di molti di noi. Penso allo sporcarsi le mani di terra, a scavare piccole buche, a contare semi e disporli sotto la terra, a fornire loro acqua e cure facendolo insieme ai bimbi. A volte ripeteremo gesti utili più al piacere della condivisione che alla vita delle piante. Quante volte si finisce per dare più acqua di quella necessaria perché è divertente? E quante volte saremo costretti a non rispettare le rigide regole scritte nel manuale di orticoltura che ci siamo comperati? Del resto, come si fa a dire di no a nostra figlia che chiede di aggiungere un seme o una piantina? E quanto grande sarà la gioia di sentire il nostro bimbo narrare le epiche gesta da ortisti provetti?
Fin qui le sensazioni e, se volete, il tentativo di trasmettere con queste parole la voglia di rallentare, di mettere in discussione qualche regola per migliorare la qualità della vita, la ricerca di una certa trasgressione consistente nello sporcarsi le mani in un mondo che cerca una irraggiungibile sterilità. Ma per andare oltre la suggestione, alla ricerca del “come si fa”?
Non ci vuole molto. Prima di tutto ci vuole la voglia di mettersi in discussione di fronte, ma forse è meglio dire “insieme”, ai nostri figli. Poi qualche conoscenza di base sulla vita delle piante e sulla coltivazione degli ortaggi. Un piccolo manuale da consultare insieme, un sito web da navigare con i nostri bambini in cerca di qualche suggerimento agronomico o una mattinata in un orto urbano possono darci i primi rudimenti. Ci serve anche un luogo in cui far crescere le piante. Non serve molto: uno strato di terra (o terriccio) di 20-30 cm di spessore, dell’acqua potabile e tanta luce. Già, gli ortaggi all’ombra stentano. Piccoli attrezzi, come una vanghetta , una zappetta, un rastrellino e una paletta, potrebbero essere piccoli regali per occasioni speciali. Speciale sarà anche la gita che ci porterà a comprare semi e piantine in un garden, in un negozio specializzato oppure ad una fiera dedicata all’orto. Quasi dimenticavo che ci serve un innaffiatoio.
Qualcuno obietterà che un terreno coltivabile non ce lo ha. Come ho anticipato, un vaso, una fioriera o un contenitore studiato ad hoc possono aiutarci. A volte basta un sacco di terriccio appoggiato a terra sul quale pratichiamo dei tagli per aprire delle finestrelle. Ci serviranno per poter seminare o piantare nel terriccio. Dalla parte opposta praticheremo piccoli fori per garantire una via di fuga all’acqua quando è troppo abbondante. Con la paletta scaveremo la buca in cui appoggiare il piccolo “pane di terra” che accompagna ogni piantina da orto. Con le mani ricopriremo la buca premendo leggermente il terriccio ai lati. Da questo momento inizieranno la cura e l’attesa. Saranno momenti lenti, quasi dilatati, che inviteranno i nostri bimbi all’osservazione e alla condivisione di ogni piccola scoperta: una nuova foglia, un fiore che sboccia, il frutto che cambia colore.
Infine il momento del raccolto (e non sapremo mai se sia davvero quello giusto!) e una nuova condivisione: quella del cibo. Quanto è speciale il sapore di un pomodoro cresciuto grazie al nostro lavoro! E come è buono il nostro cavolfiore cotto mezz’ora dopo il raccolto!
Non lasciamoci ingannare da tutto questo cibo: il vero e più prezioso raccolto è il tempo trascorso insieme, l’entusiasmo della scoperta, la bellezza del nuovo rapporto con i nostri figli. Lentamente crescerà la voglia di fare e ci troveremo in cerca di nuovi spazi, di nuove piante e di nuove parole. Sì, parole, come “semenzaio”, cioè uno spazio protetto e riscaldato in cui far nascere le piantine di ortaggi che coltiveremo nel nostri orto. Inutile cercare di capire dove finiremo: abbiamo dato vita a qualcosa che si evolve continuamente, che è sempre nuovo e sorprendente, che non finisce mai di stupirci.
Buon orto!
Emilio Bertoncini, agronomo

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