La mente ibrida

Una volta ho incontrato un istruttore che addestra i giovani a diventare piloti di navi da crociera. Ha raccontato di incontrare due categorie di studenti: una è cresciuta principalmente in casa, passando ore a giocare ai videogiochi e lavorando sui computer. Questi studenti sono ben predisposti ad imparare quanto compete la parte elettronica della nave, un talento utile, ha spiegato quest’istruttore. L’altro tipo di studenti è cresciuto trascorrendo molto tempo all’aria aperta, spesso in natura. E anche loro, ha detto, hanno un talento. “Sanno realmente dove si trova la nave”. […] Ha poi aggiunto: “Abbiamo bisogno di persone che possiedano entrambi i modi di conoscere il mondo” e recenti studi sulle capacità sensoriali lo confermano.
Attualmente, la forza delle scienze economiche punta molto sul versante della tecnologia e dell’efficienza standardizzata.
Alcuni ricercatori, ottimisti, suggeriscono che il concetto di “multitasking” risieda nel creare una generazione ancora più intelligente, liberata dalle limitazioni della geografia, del meteo e della distanza – fastidiosi inconvenienti del mondo fisico.
Altri invece sono scettici, se non ostili alla tecnologia. Mark Bauerlein, professore della Emory University, confrontando questa generazione di studenti con le generazioni precedenti, segnala che, nonostante la quantità di informazioni disponibili, “non sanno quasi nulla di letteratura, di storia o di educazione civica, di economia o scienze, o di eventi di attualità”. Altri ricercatori credono che persone che hanno a disposizione troppa tecnologia nell’esperienza dei loro anni formativi, mostrino poi uno sviluppo stentato del lobo frontale, “in definitiva si verifica un congelamento del loro cervello in modalità adolescente” come lo definisce il Maclean’s magazine.
Ecco una terza possibilità, quella che chiamo la mente ibrida.
In definitiva, essere “multitasking” significherebbe vivere contemporaneamente in entrambi i mondi – digitali e fisici – usando il computer per massimizzare i nostri poteri e per processare i dati cognitivi, e gli ambienti naturali per accendere i nostri sensi e accelerare la nostra capacità di imparare e di “sentirsi” — combinando così riemersi poteri “primitivi” dei nostri antenati con la velocità digitale dei nostri adolescenti.
Vogliamo studenti che imparano? Accendiamo i loro sensi ora!
Gli scienziati che studiano la percezione umana non asseriscono più che abbiamo solo cinque sensi: gusto, tatto, odore, vista e udito. Il numero considerato ora varia, da un conservatore 10, a oltre 30, tra cui si annoverano i livelli di zucchero nel sangue, lo stomaco vuoto, la sete e la propriocezione, ovvero la consapevolezza della posizione del nostro corpo nello spazio.
Vi siete mai chiesti perché abbiamo due narici? I ricercatori dell’Università della California a Berkeley lo hanno fatto. Si sono dotati di occhiali, paraorecchie e guanti da lavoro per bloccare gli altri sensi, quindi si sono recati in un campo aperto. La maggior parte degli studenti ha potuto seguire una scia lunga 30 piedi di profumo di cioccolato e ha anche cambiato direzione, proprio dove il sentiero invisibile aveva preso una svolta.
I soggetti sono stati in grado percepire meglio gli odori con due narici funzionanti, tant’è che i ricercatori hanno paragonato l’olfatto all’udito in stereo. Inoltre essi si si sono trovati tra loro zigzagando, con la medesima tecnica impiegata dai cani che seguono una traccia. “Abbiamo scoperto che, non solo sono gli esseri umani sono capaci seguire una traccia” – ha detto il ricercatore Noam Sobel – “ma anche che essi imitano spontaneamente il modello di rilevamento di altri mammiferi”.
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Cos’altro possiamo fare che abbiamo dimenticato?
L’esercito statunitense ha studiato come alcuni soldati sembrino essere in grado di utilizzare i loro sensi latenti per rilevare le bombe lungo la strada e altri pericoli. Lo studio, durato 18 mesi impiegando 800 unità di personale militare, ha trovato che i migliori osservatori di bombe erano o gente rurale – coloro che erano cresciuti andando nei boschi a caccia di tacchini o cervi – o quelli provenienti da duri quartieri urbani, dove è altrettanto importante essere attenti.
“Sembravano saper osservare le cose molto meglio,” come segnala Todd Burnett sergente maggiore dell’esercito, che ha lavorato allo studio […]. “Sapevano dove guardare nell’intero ambiente.” E l’altro gruppo, quelli che avevano trascorso più tempo davanti a videogiochi o al centro commerciale? Non svolgevano bene il compito assegnato. Come dice Burnett, essi erano concentrati sullo “schermo piuttosto che sull’ambiente circostante.”
La spiegazione può essere in parte fisiologica. Ricercatori australiani hanno suggerito che il preoccupante aumento di casi di miopia oggi sia legato al fatto che i giovani trascorrono meno tempo all’aria aperta, dove gli occhi devono concentrarsi su distanze più lunghe. Lo stesso accade in questo caso. Una buona visione, un udito acuto, un attento senso dell’olfatto, la consapevolezza spaziale, sono tutte abilità che potrebbero essere operative contemporaneamente. Questo vantaggio naturale offre applicazioni pratiche. Uno è l’aumentata capacità di apprendere; un altro è l’avanzata capacità di evitare il pericolo. Ancora un altro, forse il più importante, è la possibilità di misurarsi con le sfide e di impegnarsi più a fondo nella vita.
Oggi, gli studenti (e tutti noi) che lavoriamo e studiamo immersi in un ambiente dominato dal digitale, spendiamo enormi quantità di energia per bloccare molti di questi sensi, al fine di concentrarci strettamente sullo schermo che abbiamo davanti agli occhi. Che è come dire di dover essere meno vivi.
Chi di noi vuole essere meno vivo? Quale genitore vuole che il proprio figlio sia meno vivo?
Credo che un obiettivo centrale della moderna educazione dovrebbe essere quello di incoraggiare questo pensiero flessibile, che possa alimentare una mente ibrida stimolando entrambi i modi di conoscere il mondo: l’esperienza diretta e quella digitale.
Schermi e corsi d’acqua: fiumi di sapere
Le ricerche in questo settore rimangono una frontiera nel mondo accademico, ma la prove stanno crescendo. Le scuole che utilizzano aule all’aperto e altre forme di formazione esperienziale basata sulla natura riportano significativi successi degli studenti negli studi sociali, nelle scienze, nelle arti letterarie e nella matematica. Gli studenti finlandesi raggiungono i migliori risultati in matematica e scienze, e in quel paese è un principio basilare dell’ educazione comprendere tempo trascorso in aula con altrettanto speso ad imparare all’aperto.
I bambini sono più propensi a inventare i propri giochi in spazi gioco verdi anziché su spazi o in campi da gioco piatti e uniformi. Gli spazi verdi soddisfano una gamma più ampia di studenti e promuovono l’inclusione sociale indipendentemente dal sesso, dalla razza, dalla classe o dalla capacità intellettuale.
Uno studio ha dimostrato che i cosiddetti “studenti a rischio” in situazioni di campeggio all’aperto raggiungono risultati significativamente migliori nei test sulle materie scientifiche, rispetto a quanto accade in una tipica aula di scuola. Presso il laboratorio di ricerca dell’Università dell’Illinois è stato scoperto che i bambini di 5 anni manifestano una riduzione significativa dei sintomi da deficit di attenzione o di iperattività quando sono impegnati in attività in natura.
Ma i benefici cognitivi e comportamentali si annoverano ben oltre i confini della scuola. Nei progetti di housing di Chicago, i ricercatori hanno trovato che la presenza di alberi all’esterno dei condomini erano predittori di taluni comportamenti: minor procrastinazione, migliore capacità di fronteggiare le difficoltà, maggiore autodisciplina, migliori relazioni sociali e minore violenza.
Anche gli educatori ne traggono beneficio. Ricercatori canadesi hanno trovato che gli insegnanti hanno espresso un rinnovato entusiasmo per l’insegnamento nelle scuole che coinvolgevano i loro studenti in ambienti naturali.
Il massimo apprendimento avviene solitamente quando più nostri sensi sono impegnati. Indubbiamente, la messa a fuoco sul digitale è spesso necessaria, ma la salute del cervello — la capacità di apprendimento del cervello — si avvantaggia anche di un diverso tipo di attenzione, un’attenzione che i ricercatori hanno chiamato “fascino”, che spesso ritroviamo negli ambienti più naturali. Questo tipo di attenzione consente di ripristinare le parti del cervello troppo affaticate da un eccesso di “attenzione diretta.” Questo è vero per gli studenti, per gli insegnanti, per tutti noi.
Il mondo della scuola si sta muovendo in questa direzione? Alcune scuole sì. Creano spazi di gioco e spazi di apprendimento naturale nei propri giardini; usano spazi naturali e selvaggi situati nelle vicinanze della città per avvicinare i giovani alla conoscenza del mondo. Spesso, cercano di includere nuove tecnologie in queste esperienze.
Ma troppi distretti scolastici stanno puntando tutto sulla tecnologia riducendo o addirittura annullando gite e uscite, esigendo che gli studenti trascorrano sempre più tempo al loro banco, fissando schermi.
Oggi pochi metterebbero in discussione il principio che tutti, specialmente i giovani, abbiano diritto di accesso a Internet, sia attraverso il Wi-Fi pubblico di una città, di una libreria sia di un distretto scolastico. Accettiamo l’idea che sul digitale il divario tra abbienti e non abbienti debba essere colmato. Ma tutti i bambini hanno anche il diritto di sviluppare il più ampio spettro dei loro sensi e delle loro abilità mentali, di conoscere il mondo reale e di essere pienamente vivi.

Il presente discorso e i pensieri in esso contenuti sono in parte tratti da “Il principio di natura” e da “L’ultimo bambino nel bosco”, oltre ad essere stati presentati in una conferenza dell’Associazione Children&Nature ad Austin in Texas.

Richard Louv (traduzione e adattamento CO)

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