La cura di natura

Robert Zarr, un pediatra, scrive prescrizioni per parchi: estrae il blocco delle prescrizioni e scarabocchia istruzioni che invitano il suo paziente obeso o diabetico o ansioso o depresso a visitarli per tot giorni e tot tempo. Zarr dice che è importante dare consigli concreti invece di ripetere ammonizioni vaghe come “Esercitarsi di più!”, “Andare fuori!”, così come accade nel momento in cui si prescrive un farmaco.
Le “prescrizioni di natura” sono un intervento a basso rischio e a buon mercato che, nell’esperienza di Zarr, le persone accettano rapidamente. […] Ricercatori nel Regno Unito hanno scoperto che quando le persone fanno attività fisiche in setting naturali invece che in ambienti sintetici sperimentano meno rabbia, fatica e tristezza. Un studio del 2015 riportato nei verbali del National Academy of Sciences riporta che entrando in un parco si riduce il flusso di sangue ad una parte del cervello che i ricercatori associano tipicamente allo “stato pensieroso”. E in uno degli studi più famosi sul tema si notò che pazienti in riabilitazione da operazioni chirurgiche alla cistifellea guarivano più velocemente e con meno complicazioni quando la loro stanza dava all’esterno su alberi piuttosto che verso un muro.
Perché luoghi naturali sarebbero più terapeutici di ambienti costruiti? Questo dubbio, che non capiamo pienamente, ce lo chiarisce Richard Louv. […] Gli ambienti naturali provocano reazioni emotive positive perché osservare la natura era un tempo importante per la sopravvivenza dell’uomo. Noi siamo geneticamente programmati per affiliarci con altre forme di vita, e quando non lo facciamo ne soffriamo. O, come Louv sostiene nel suo libro, sviluppiamo un disturbo da deficit di natura.

Per approfondire (traduzione e adattamento CO)